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La Giornata della vittoria (in russo: День Победы?) viene celebrata il 9 maggio, in memoria della capitolazione della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale (conosciuta anche come la Grande guerra patriottica in Unione Sovietica e alcuni Stati post-sovietici).

La resa fu firmata nella tarda sera dell'8 maggio 1945 (già il 9 maggio a Mosca), in seguito alla capitolazione concordata in precedenza con le forze alleate sul fronte occidentale. Il governo sovietico annunciò la vittoria la mattina del 9 maggio, dopo la cerimonia di firma avvenuta a Berlino. Tuttavia, è solo dal 1965 che la Giornata della vittoria è stata proclamata festa nazionale.

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News


26° Anniversario incidente nucleare di Chernobyl
26 aprile 2012

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Una tragedia raccontata attraverso il ricordo di 8 testimoni testo e foto di
Emanuela Zuccalà

«Tutta la nostra vita ruota attorno a Chernobyl. Dov'eri in quel momento, a quale distanza dal reattore vivevi? Cos'hai visto? Chi è morto? Chi è andato via? Per dove?... Ormai Chernobyl ci accompagna ovunque...».
Svetlana Aleksievic, Preghiera per Chernobyl (edizioni e/o)


Il 26 aprile del 1986 esplodeva il quarto reattore della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, a 110 chilometri da Kiev e a 30 dal confine bielorusso. La Tass, l'agenzia di stampa sovietica, comunicò la notizia al mondo solo due giorni dopo, insabbiando la portata devastante della catastrofe: 250 milioni di curie che ricoprirono di radioattività 145 mila chilometri quadrati fra Ucraina, Bielorussia e Russia, abitati da dieci milioni di persone. A ventisei anni dal più grave incidente nella storia del nucleare civile, centinaia di migliaia di persone continuano a vivere nelle aree contaminate, soprattutto in Bielorussia, il paese che ha ricevuto il 70 per cento del fall-out radioattivo. Si nutrono di prodotti contaminati da cesio 137 e stronzio 90, hanno occupato le case lasciate vuote e spettrali da chi ha preferito andarsene altrove, rischiano leucemie e tumori alla tiroide. Per tutti, qui, Chernobyl è un punto di non ritorno che si fatica ancora a comprendere. Un destino sbagliato e definitivo. Cominciato un giorno che nessuno riesce a dimenticare.
Galin Mokanu, contadina a Homenki, provincia di Narovlja, Bielorussia.
«Il 26 aprile del 1986 avevo dieci anni e abitavo nel villaggio di Omilkovscina. Non sapevamo niente di quello che era accaduto alla centrale nucleare. Io lavoravo nell'orto come ogni giorno, dopo la scuola. Il 4 maggio ci hanno detto che dovevamo andare in una casa di cura, e il giorno dopo sono partita con la maestra e i compagni di scuola: ci hanno portati a Gomel, e poi a Minsk, e in Crimea. Appena fuori dal villaggio c'era un negozio abbandonato, abbiamo preso tutto ciò che potevamo: patate, mele, carne, formaggio... Noi bambini piangevamo: ci dicevano che non saremmo più tornati a casa perché noi eravamo puliti e i nostri genitori erano sporchi. Invece sono tornata il 15 novembre. Nel nostro orto hanno trovato una macchia di radioattività fortissima, ecco perché io ero la bambina più malata della scuola. Mi hanno misurato le radiazioni e avevo 1.549 milliroetgen, ricordo ancora il numero. Per anni ho passato le estati in una casa di cura al nord. Omilkovscina adesso è disabitato, sta nella zona evacuata: è rimasto solo il cimitero. Sono tornata una volta, volevo rivedere la mia casa, ma ho trovato solo un pezzo di muro. Mia madre è morta a 44 anni, io mi sono trasferita a Homenki perché c'è lavoro: siamo solo in 30, la gente è andata tutta via perché i boschi sono contaminati. Ho tre noduli alla tiroide. Ho avuto due figli, Natalja e Dimitri, e ne ho persi tre: con il primo ho abortito, e di due gemell: uno è nato morto e l'altro se n'è andato a cinque mesi. Natalja ha problemi di stomaco, Dimitri sente dei rumori al cuore. Ma stiamo bene qui, avremmo solo bisogno di una casa più grande. Abbiamo fatto domanda al governo».

Juri Vitalievic Dmitriev, primario di chirurgia pediatrica all'ospedale di Gomel, Bielorussia. «Il 26 aprile del 1986 lavoravo in questo ospedale da quattro anni. A Gomel c'era un vento forte che sollevava polvere, non si vedeva niente, ma tutti pensavamo che non fosse nulla di strano. Il giorno dopo in ospedale è arrivato un uomo dalla zona di Chernobyl, un pompiere. Aveva preso il treno per Mosca, scappava, ma a Gomel si è sentito male, è sceso alla stazione e ha vomitato. Qualcuno ha chiamato il pronto soccorso e l'hanno portato qui. L'uomo ha raccontato al medico di turno che c'era stata un'avaria alla centrale atomica di Chernobyl, allora il medico ha telefonato alle autorità locali chiedendo se fosse vero, ma quelli lo hanno zittito in malo modo: "Tu pensa a fare il tuo lavoro",gli hanno detto, "e non andare in giro a raccontare frottole". Dieci giorni dopo è arrivata l'informazione ufficiale. Abbiamo dimesso gli ammalati meno gravi perché hanno cominciato ad arrivare gli abitanti dei villaggi del sud, le zone che ora sono evacuate. Li spogliavamo, li lavavamo a lungo sotto la doccia, gli davamo lo iodio e dei vestiti nuovi. Quelli vecchi li buttavamo via, non so dove. Sono rimasti qui una settimana, nessuno di noi sapeva dove li mandavano dopo, ma dicevano che per loro non c'era più pericolo di radiazioni. Questo ospedale era uno dei più grandi vicino alla centrale di Chernobyl, ma da qui non è passato nessun liquidatore: li portavano direttamente a Mosca. Un giorno ho voluto misurare il livello di radiazioni sul mio corpo: a Gomel c'era un solo posto di controllo, la coda era interminabile. Due settimane sono riuscito a entrare, e quando mi sono avvicinato al dosimetro, ha preso a suonare così forte che ho avuto paura, sono corso a casa a lavarmi e ho buttato via i vestiti. Volevo portare lontano i miei figli, il maschietto di due anni e la femminuccia neonata, ma i miei capi all'ospedale non me l'hanno permesso. Io insistevo: "Torno presto, voglio solo portare la mia famiglia fuori dalla regione,e torno subito a lavorare". Hanno detto di no. Siamo rimasti tutti qui».

Nadiesda Bronova, maestra in pensione a Dubovy Log, provincia di Dobrush, Bielorussia. «Abbiamo saputo dell'avaria il 5 maggio 1986, dalla radio, ma non ci siamo mai spostati dal villaggio, anche se da tempo è considerato zona disabitata e c'è il posto di blocco militare a due chilometri da qui. Il 7 maggio è arrivato il servizio d'igiene del governo. Ci dicevano«Non uscite di casa, chiudete bene le finestre, non bevete acqua del pozzo e non coltivate più il vostro orto». Controllavano i livelli di radioattività nel nostro corpo. Il mio era alto, sì, ma non ricordo di preciso. Hanno portato via i bambini per tutta l'estate, nel Caucaso. Io ho avuto un grande stress psicologico, ma nel fisico non ho mai avuto problemi, né io né la mia famiglia. Sì, all'inizio pensavamo di andarcene lontano, ma poi abbiamo saputo che tutti quelli che si erano trasferiti per paura della radiazione non avevano trovato lavoro, non si erano ambientati in città, e allora perché ammalarsi di nostalgia e di stress? Noi amiamo troppo la nostra terra».

Professor Victor Homic, esperto di scienze ambientali. università di Gomel, Bielorussia. «Nell'86 lavoravo a Grodno, al nord. Il 27 aprile sono entrato nel mio laboratorio e ho acceso gli strumenti per rilevare la radioattività perché, confusamente, avevo già sentito da una radio straniera che era accaduto qualcosa a Chernobyl. La radioattività era elevatissima, e Grodno sta a 700 chilometri dalla centrale: ho subito pensato che poteva essere la più tremenda catastrofe ambientale del ventesimo secolo. L'informazione ufficiale mi è arrivata solo alle 8 di mattina del 28 aprile, ma era molto difficile valutare subito le conseguenze del disastro e le misure da prendere: c'era una grave carenza di strumenti e di specialisti in grado di misurare e definire gli isotopi radioattivi fuoriusciti dal reattore 4, di rilevare i danni sul terreno e di tracciare una mappa degli elementi caduti per fare una prognosi nel lungo periodo. Allora lavoravo all'Accademia delle scienze della Bielorussia, e dal 7 maggio sono stato chiamato a fare rilevazioni nella zona della centrale, in un raggio di dieci chilometri: dovevo mappare la regione di Gomel pezzo a pezzo e individuare la concentrazione di cesio 137 e stronzio 90. A settembre ho presentato la mia relazione al governo dell'Unione Sovietica: i funzionari non volevano capire la gravità dell'evento, io cercavo di spiegare il pericolo ma nessuno mi ascoltava. Eravamo circondati da scienziati incompetenti. Anche la somministrazione di iodio 129, che contrasta lo iodio 131 sprigionato dall'esplosione, è cominciata troppo tardi: bisognava darlo nella prima settimana dopo l'incidente, per evitare i problemi alla tiroide che poi hanno colpito un terzo dei bielorussi. Invece le autorità hanno aspettato maggio, quando ormai era tardi, e hanno continuato a somministrare iodio 129 fino a dicembre, quando era già inutile. Anche la città di Pripyat, quella accanto alla centrale, è stata evacuata solo 36 ore dopo l'avaria: c'erano tutti i mezzi per farlo alle otto di mattina, perché li hanno lasciati lì tante ore? Le informazioni erano segrete: il pericolo andava comunicato solo alle popolazioni che abitavano vicino alla centrale, per il resto avevamo l'ordine di non far trapelare nulla. Ma del resto tutti i governi raccontano frottole al loro popolo. Perché il nostro avrebbe dovuto comportarsi diversamente?».

Evgenia Dmitrivna Partiko, direttrice della scuola di Kirov, provincia di Narovlja, Bielorussia. «La mattina del 26 aprile del 1986 faceva caldo, eravamo tutti fuori -io, i miei genitori, i miei fratelli, mio marito - e stavamo costruendo un tavolo per mangiare all'aperto. All'improvviso è arrivata una nuvola scura e ha cominciato a piovere: una pioggia calda, con grandi gocce."Guardate com'è bella", diceva mio padre, e tutti stavamo lì a prenderla, contenti. Sarà durata venti minuti, poi è tornato il sole e ricordo che sentivo troppo caldo, non stavo bene, saliva tanto calore dalla terra. A quell'epoca tanti giovani di Kirov si erano trasferiti a Pripyat, la città vicino alla centrale atomica, per lavorare come cuochi, spazzini, camerieri: c'era tanto bisogno, là. Ci abitavano più di 45 mila persone. Subito dopo il 26 aprile è tornata qui una donna, coi suoi figli, portando da Pripyat dei bellissimi tappeti. Li aveva stesi in giardino, e io mi ricordo che ci passavo davanti con la bicicletta e pensavo: "Ma guarda che bei tappeti ha questa signora, si vede che a Pripyat la gente diventa ricca". Si è ammalata subito, è morta cinque anni fa ma era come se fosse morta da tanto tempo. La gente che arrivava da Pripyat diceva che c'era stato un incendio alla centrale, che stavano evacuando la città, ma nessuno sapeva niente di preciso.
Il primo maggio ancora non era arrivata l'informazione ufficiale, ma avevano già cominciato a darci le pastiglie di iodio. Il 5 maggio hanno cominciato a evacuare i bambini, e noi maestre insieme a loro. C'era una grande confusione, arrivavano i pullman e caricavano i bambini: alla fine ci hanno portati a Korma, vicino Dobrush: una zona contaminatissima, ma allora nessuno lo sapeva. Abbiamo vissuto un mese e mezzo in palestra. Quando hanno saputo che lì le radiazioni erano alte ci hanno trasferiti a Grodno, al nord: avevamo ammassato i letti nelle scuole. I bambini sono tornati a casa a piccoli gruppi, e io ho rivisto Kirov solo il 15 agosto, con gli ultimi bambini. Al villaggio ho rivisto un vecchio compagno di scuola, si chiamava Ivan Aristov: da tempo si era trasferito a Minsk e lavorava nell'esercito chimico, così era stato richiamato per fare il liquidatore alla centrale di Chernobyl. Mi ha raccontato che indossavano le tute protettive e avevano solo cinque minuti per correre sul tetto del reattore e buttare dei pezzi di cemento sul fuoco. Dicevano loro: "Se impiegate più di cinque minuti a correre sul tetto, ci sarà pericolo per la salute. Quindi correte". Ivan era così allegro, una bravissima persona... E'morto tre anni dopo l'avaria: era diventato tutto calvo, la pelle si staccava, le ossa si fratturavano come quelle di un vecchio e lui cadeva in continuazione. Quando gli hanno detto che la sua tomba sarebbe stata accanto al negozio di alimentari, ha sorriso: "Sono contento, così vi guarderò tutti quando andate a fare la spesa"».

Simeon Michailovic Stein.responsabile delle relazioni esterne alla centrale nucleare di Chernobyl, Ucraina. «Gliel'ho detto, non lavoravo ancora qui il 26 aprile del 1986, però conosco bene le persone che hanno partecipato alla liquidazione dell'avaria, e sono tutti degli eroi. Mi hanno chiamato a lavorare alla centrale di Chernobyl solo due anni dopo, in qualità di meccanico specializzato nei sistemi di gestione dei reattori nucleari. Il 26 aprile del 1986 ero al nord, lontano, in Siberia: ho saputo dall'avaria mentre viaggiavo in aereo, l'informazione mi è arrivata dagli altri viaggiatori che forse la avevano sentita per radio... Poi il governo dell'Urss mi ha mandato qui per aiutare nei lavori di liquidazione, e sono rimasto. Mi sono trasferito a Slavutic, una città costruita a 60 chilometri dalla centrale per i lavoratori: oggi siamo 3.600, stiamo costruendo dei depositi di stoccaggio per le scorie radioattive. Solo l'anno scorso sono arrivate 400 delegazioni dall'estero, cioè più di mille persone. E noi siamo sempre felici di dare le informazioni necessarie. Se c'è pericolo qui, dove stiamo parlando ora, a meno di un chilometro dal sarcofago che ricopre il quarto reattore? No, non c'è alcun rischio per la salute. Perché? Dovrei farle una lezione di sei ore per spiegarglielo, sono discorsi molto complicati. Si fidi di quello che le dico».

Valentina Kerienko, presidente del consiglio dei Kolchos a Dubovy Log, provincia di Dobrush, Bielorussia. «Più che il 26 aprile dell'86, ricordo la grande confusione dei primi anni dopo l'avaria. Ma pian piano la gente si è tranquillizzata, tutto è tornato normale, ognuno ha la sua vita. I cereali che coltiviamo nel kolchoz servono solo per nutrire le bestie. Due volte l'anno portiamo il latte a controllare, al Centro di protezione e igiene del popolo che sta al mercato di Dobrush, e spesso non risulta contaminato. Sì, a volte pensiamo che forse qui c'è pericolo di radiazioni, ma non esiste una soluzione. Cerchiamo di non mangiare i funghi e i frutti di bosco. Andare via? Ma dallo stress nervoso derivano tutte le malattie, sicuramente più che dalla radiazione. Io ho già dovuto lasciare il mio villaggio di origine, Demianky, perché era troppo contaminato. Gli esperti di radiologia di Gomel ci hanno detto che qui a Dubovy Log il livello di contaminazione va da 15 a 40 curie, molto alto, e che qui la presenza di cesio e stronzio è forte. Ma cosa possiamo farci? Prima lo Stato ci dava fino a due terzi di stipendio in più, oggi ci passa 40 mila rubli l'anno (20 dollari, ndr) per le cure mediche, e ognuno di noi ha ottenuto un appartamento in città, a Dobrush, che naturalmente abbiamo regalato ai nostri figli perché noi non ci muoviamo da qui. In fondo qualche privilegio lo abbiamo...».

Andrej Mokanu, immigrato moldavo, direttore di stalla a Homenki, provincia di Narovlja, Bielorussia. «Il 26 aprile del 1986 avevo quattordici anni e abitavo a Gojyneste, un villaggio della Moldavia. Una notte sono arrivate delle persone e hanno portato via mio padre per farlo lavorare come liquidatore a Chernobyl. Doveva guidare i camion che evacuavano la gente da Prypiat, e raccontava che prima di ogni viaggio gli davano un bicchiere di vodka dicendo che l'alcol non fa passare la radiazione nel corpo. Tornato dal terzo viaggio gli sono caduti i capelli e tutti i denti. È morto un anno dopo. Nel 1988 sono venuto a Homenki perché ho trovato lavoro in una stalla e mi sono sposato con Galina. Qui si sta bene, c'è lavoro, adesso sono direttore di due stalle e ho anche comprato la macchina. Il governo ci dice di uccidere cinghiali e lupi ma di non mangiarli... Nel 1990 ho fatto il servizio militare a Braghin, facevamo la guardia alle zone evacuate: lo Stato mandava via la gente dalle case e loro volevano tornare. Noi dovevamo tenerli lontani, soprattutto gli anziani, che erano quelli che insistevano di più per passare. Tanti riuscivano a tornare di nascosto. Anche a me, dopo, sono caduti i denti».

Tamara T. studentessa all'università di Gomel. Senza cognome o fotografia: suo padre lavora per il governo. «Il 26 aprile del 1986 avevo un anno e mezzo, non ricordo nulla se non quello che poi mi ha raccontato mia madre. C'era tanto vento e nessuna nuvola, la gente stava fuori, all'aperto, prendendosi tutte le radiazioni che arrivavano dalla centrale di Chernobyl. Non sapevano nulla. Dieci anni dopo, sia io che i miei coetanei abbiamo cominciato ad avere problemi di tiroide: ho letto che un quinto dei bambini nati nel mio anno si sono ammalati, in Bielorussia. A me è venuto il cancro, avevo nove anni. Ricordo che ero sempre stanca, non volevo fare nulla se non dormire. Mia madre mi ha fatta visitare all'ospedale di Gomel, e i dottori le hanno detto: "Non si preoccupi, la bambina non ha niente. Le dia una pillola di iodio ogni giorno, per un anno, e tornerà vivace come prima". Mia madre non ci credeva, consultò un altro specialista ma di nuovo sembrava tutto a posto. Il terzo dottore, finalmente, ha notato che qualcosa non andava e ci consigliò di andare a Minsk, la capitale, perché mi visitassero degli specialisti più competenti. A loro è bastato guardarmi per dire che dovevo farmi operare il prima possibile, avevo già parecchie metastasi. Dopo l'intervento mi hanno fatto la radioterapia: in tutto lo Stato, per me, ha speso 280 mila dollari. Sono stata fortunata: tanti miei coetanei sono morti di cancro alla tiroide, o hanno avuto la leucemia... Sono stata nove volte in Italia, da una famiglia del sud, e questo di certo mi ha aiutata a non accumulare radiazioni. Sono stata, e sarò sempre, una bambina di Chernobyl: questo mi ha sempre messo tristezza, mi ha fatto sentire una diversa. Mi sono appena sposata, ho una bimba bellissima di pochi mesi, si chiama Katerina ed è nata sana. Sapevo che rischiavo anch'io, come tanti che hanno avuto problemi di tiroide, di restare sterile o di avere brutte conseguenze in gravidanza. Invece... In gravidanza ero paranoica, mi sono sottoposta a mille analisi, e alla fine è andata bene. Avrei voluto far nascere mia figlia in un luogo diverso, in un altro paese: qui il governo non ci rivela i dati veri sulla contaminazione del territorio. Dopo la laurea farò di tutto per guadagnarmi un dottorato in Italia. Qui non si può vivere».

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