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Le nonne di Chernobyl: la storia delle donne che vivono nella zona di alienazione
27 febbraio 2020

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Nel 2010 Holly Morris fece visita per la prima volta alla cosiddetta “zona di alienazione”, che si estende intorno all’ex centrale nucleare di Chernobyl, con l’idea di filmare il più rapidamente possibile il sito del tristemente famoso reattore 4. Con suo grande stupore, però, scoprì che, con il tempo, alcune centinaia di persone, per lo più ultracinquantenni, erano tornate a popolare l’area, sfidando i divieti delle autorità e incuranti del pericolo posto dalle radiazioni.

La zona di alienazione è un’area compresa nel raggio di 30 km dal sito dell’ex-centrale nucleare, è in assoluto la più colpita dalle conseguenze del disastro e si estende nel nord dell’Ucraina, a ridosso del confine con la Bielorussia. È una zona delimitata da check-point, in cui è vietata qualsiasi attività, a partire dal consumo di carni animali, frutta e ortaggi, per via dell’altissimo livello di contaminazione.

Ciò nonostante, a pochissimi mesi di distanza dall’incidente, diverse persone hanno scelto di abbandonare gli alloggi in cui erano state trasferite dallo Stato sovietico e di fare ritorno illegalmente alle loro case, a pochi chilometri dal reattore, sfidando ogni logica. Dopo i primi tentativi di espellerle, le autorità si sono rassegate alla loro presenza e, di tanto in tanto, lasciano passare anche dei beni destinati a loro.

Molti di quei coloni, già anziani all’epoca, sono morti nel corso degli anni: oggi nella zona di alienazione rimangono poco più che un centinaio di persone, per lo più delle vedove settantenni e ottantenni. Sono, appunto, le nonne di Chernobyl, che Holly Morris ha voluto incontrare per comprendere cosa spinga una persona a vivere in un luogo abbandonato e fatiscente, avvelenato dalle radiazioni.

Il suo documentario, The Babushkas of Chernobyl, parla soprattutto dell’amore di queste donne per la loro terra, di cui consumano quotidianamente i frutti altamente contaminati, coltivando ortaggi e allevando animali da fattoria, mangiando carni, uova e latte come se l’incidente non si fosse mai verificato. Queste donne conducono una vita semplice e frugale, convivono con le incursioni di bracconieri, sciacalli e animali selvatici, raccolgono bacche e funghi nei boschi e si nascondono nei cespugli se sentono arrivare i soldati. Si fanno visita e si sostengono a vicenda, condividono pasti e passatempi, sfidano insieme la solitudine, il tempo che passa e i malanni.

Il loro motto sembra essere “Se si parte, si muore”: ai loro occhi, infatti, nessun luogo, neanche il più sicuro al mondo, può sostituire la propria casa, la propria terra.

“Non puoi portarmi via da mia madre, non puoi strapparmi alla mia patria. La patria è la patria.”– ripetono incessantemente –“Se si ripianta un albero, quello muore. Quelli che se ne sono andati stanno peggio, ora. Muoiono tutti di tristezza.”

Un punto di vista intriso di saggezza popolare, del tutto simile a quello dell’anziano Ivan Shamyanok, ultimo abitante di Tulgovich, uno dei villaggi bielorussi colpiti dalle radiazioni del disastro nucleare. E che ha un fondo di verità: delle oltre 116.000 persone evacuate dalla zona di alienazione e ricollocate dopo lo scoppio del reattore, molte, e in particolare le più anziane, hanno vissuto l’abbandono delle loro case come un trauma e, a pochi anni dall’incidente, sono morte di dolore più che per le conseguenze delle radiazioni.

La storia delle nonne di Chernobyl è una storia malinconica, che ci parla di solidarietà tra donne, oltre che del legame profondo che unisce l’uomo alla terra: un legame che nulla, neppure il peggiore disastro nucleare di sempre, è riuscito a cancellare.

https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/nonne-chernobyl/ VIDEO

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