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20 maggio 2019
Chernobyl: gli animali si sono geneticamente 'automodificati' (la nuova mappa della radioattività) »

Un gruppo di 30 ricercatori provenienti da Regno Unito, Irlanda, Francia, Belgio, Norvegia, Spagna e Ucraina ha presentato i risultati di uno studio su grandi mammiferi, uccelli nidificanti, anfibi, pesci, bombi, lombrichi e batteri dimostrando che attualmente l'area ospita una grande biodiversità. Inoltre, hanno confermato la generale mancanza di grandi effetti negativi degli attuali livelli di radiazioni sulle popolazioni animali e vegetali che vivono a Chernobyl, dal momento che tutti i gruppi studiati mantengono popolazioni stabili e vitali all'interno della zona di esclusione.
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Le immagini della zona di esclusione e della Foresta Rossa di Chernobyl.

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Chernobyl: gli animali si sono geneticamente 'automodificati' (la nuova mappa della radioattività)
20 maggio 2019

clicca l'immagine per ingrandirla
Era il 1986 quando il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl subì un’esplosione durante un test tecnico. Da allora, la cosiddetta “zona di alienazione” (compresa in un raggio di 30 chilometri), completamente interdetta a qualsiasi forma di attività civile o commerciale, è diventata l’habitat di un discreto numero di specie animali. Tutti geneticamente modificati. A discapito di quanto allora si pensò, infatti, ossia che i tempi di dissolvimento delle radiazioni e gli effetti sull’ambiente sarebbero durati secoli rendendo impossibile ogni forma di vita, quella grande area off limits compresa tra Ucraina e Bielorussia è divenuta in realtà, in questi 33 anni, il rifugio di cani, gatti, volpi, orsi bruni, bisonti, lupi, linci, cavalli, pesci e oltre 200 specie di uccelli. Se, insomma, come conseguenza dell’incidente nell’allora Unione Sovietica venne emessa una quantità di radiazioni 400 volte superiore di quella emessa dalla bomba atomica lasciata cadere su Hiroshima (Giappone) nel 1945, era chiaro ipotizzare che l’area sarebbe diventata un deserto privo di fauna selvatica per secoli. Pare non sia così, come mai? Un gruppo di 30 ricercatori provenienti da Regno Unito, Irlanda, Francia, Belgio, Norvegia, Spagna e Ucraina ha presentato i risultati di uno studio su grandi mammiferi, uccelli nidificanti, anfibi, pesci, bombi, lombrichi e batteri dimostrando che attualmente l’area ospita una grande biodiversità. Inoltre, hanno confermato la generale mancanza di grandi effetti negativi degli attuali livelli di radiazioni sulle popolazioni animali e vegetali che vivono a Chernobyl, dal momento che tutti i gruppi studiati mantengono popolazioni stabili e vitali all’interno della zona di esclusione. Un chiaro esempio della diversità della fauna selvatica nella zona è dato dal progetto TREE (TRansfer-Exposure-Effects, diretto da Nick Beresford del Centro per l’ecologia e l’idrologia del Regno Unito), grazie al quale alcune telecamere di rilevamento del movimento sono state installate per diversi anni in alcune aree della zona di esclusione. Le foto riprese da queste telecamere rivelano la presenza di una fauna abbondante a tutti i livelli di radiazioni, compresi orsi bruni e bisonti europei all’interno della zona ucraina e un numero cospicuo di lupi e cavalli Przewalski. Gli animali si sono geneticamente automodificati Ma c’è un ma: gli studiosi hanno anche trovato segni che potrebbero rappresentare risposte adattative alla vita con radiazioni. Gli animali, in pratica, si sono automodificati. Per esempio, le rane nella zona di esclusione sono più scure delle rane che vivono al di fuori di essa, il che potrebbe essere una possibile difesa contro le radiazioni. Così come alcuni insetti sembrano avere una vita più breve e sono più colpiti dai parassiti in aree ad alta radiazione. Alcuni uccelli hanno anche livelli più alti di albinismo, oltre ad alterazioni fisiologiche e genetiche quando vivono in località altamente contaminate. Ma questi effetti non sembrano influenzare il mantenimento della popolazione selvatica nella zona.

Come si spiega tutto ciò?

Secondo gli autori dello studio, l’assenza generale di effetti negativi delle radiazioni sulla fauna selvatica di Chernobyl può essere una conseguenza di diversi fattori: innanzitutto, la fauna selvatica potrebbe essere molto più resistente alle radiazioni di quanto si pensasse in precedenza. Un’altra possibilità è che alcuni organismi potrebbero iniziare a mostrare risposte adattative che consentirebbero loro di far fronte alle radiazioni e di vivere all’interno della zona di esclusione senza danno. Inoltre, l’assenza di esseri umani in quell’area potrebbe favorire molte specie, in particolare i grandi mammiferi. Una opzione, questa, che potrebbe suggerire che le pressioni generate dalle attività umane sarebbero più negative per la fauna selvatica nel medio termine rispetto a un incidente nucleare: una visione piuttosto rivelatrice dell’impatto umano sull’ambiente naturale. Negli ultimi 33 anni, Chernobyl è passata dall’essere considerata un potenziale deserto per la vita ad essere un’area di grande interesse per la conservazione della biodiversità. Può sembrare strano e paradossale, ma ora i ricercatori affermano che si dovrebbe lavorare per mantenere l’integrità della zona di esclusione come riserva naturale se si vuole garantire che in futuro Chernobyl rimanga un rifugio per la fauna selvatica.

La prima mappa dettagliata della Foresta rossa

Intanto, un gruppo multidisciplinare di ricercatori dell’Università di Bristol ha realizzato, con l’aiuto di alcuni droni, una mappa dettagliata della radioattività (in particolare dei raggi gamma e dei neutroni) nella zona di esclusione di Chernobyl, mettendo in risalto l’esistenza di punti radioattivi prima non ancora identificati. Per farlo sono state svolte alcune analisi nella zona di esclusione utilizzando tecnologie di spettrometria a raggi gamma e realizzando 50 voli di droni in 10 giorni e mappando un’area di 15 km quadrati grazie a un sistema basato sul laser pulsato cosiddetto Lidar, usato per esaminare la superficie terrestre e misurare le distanze. Gli scienziati sono partiti dal villaggio di Buriakivka, che si trova a 13 km di distanza dall’epicentro dell’incidente, poi sono passati per Kopachi fino ad arrivare alla Foresta Rossa, una delle zone più radioattive al mondo. E proprio qui hanno osservato che la radioattività non è uniforme ma che in alcuni tratti è ancora molto elevata. “Parte della radioattività è diminuita e i livelli in alcuni punti sono calati in maniera significativa – dice Tom Scott, capo del progetto. Ma alcuni radioisotopi che hanno un’emivita molto lunga, sono ancora presenti e rimarranno in queste zone per molto tempo”. VIDEO:  https://youtu.be/_Eto98XTm-4 Se da un lato, dunque, si conferma una presenza devastante di radiazioni ancora per i prossimi decenni, dall'altro Madre Natura comunque fa il suo corso rendendo la vita possibile a centinaia di animali.

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