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Allarme radiazioni nucleari: pasta contaminata sugli scaffali
21 maggio 2017

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Due navi arrivano nel porto di Manfredonia il 2 gennaio, con bandiere maltesi. Ma secondo Gianni Lannes, scrittore ed ex giornalista, sono il cargo Azov Coast, proveniente dal porto russo di Yeysk, e la bulk carrier Matteo Br da Nikolaev, Ucraina. E senza che nessuno le controllasse, hanno importato grano dall’estero.

 

L’accusa è rivolta verso i grandi brand della pasta italiana, che utilizzerebbero di nascosto questo grano, senza curarsi dei rischi legati alla radiazioni nucleari, per la produzione dei prodotti. Per venderli poi sotto il marchio made in Italy.

Radiazioni nucleari: l’eredità di Chernobyl

Citando l’ultimo rapporto di Greenpeace “Nuclear scars: the Lasting Legacies of Chernobyl and Fukushima”, Lannes ricorda che l’inquinamento nucleare causato dal disastro di Chernobyl colpisce proprio quelle zone di Russia e Ucraina destinate alla coltivazione.

Oltre 10.000 chilometri quadrati tra Russia, Bielorussia e Ucraina sono inutilizzabili per migliaia di anni per il plutonio che ha contaminato il terreno. Eppure, in queste stesse zone colpite dalle radiazioni nucleari, viene coltivato il grano che poi, secondo l’accusa di Lannes, finisce sulle tavole italiane.

Un fabbisogno interno soddisfatto grazie all’importazione

Se si considera che l’Italia produce appena il 30/40% del grano duro utilizzato per la produzione della pasta, ci si chiede come fa il paese a soddisfare il fabbisogno interno. Uno dei fornitori principali sarebbe proprio l’Ucraina, che nel 2016 ha quadruplicato la fornitura di grano all’Italia, arrivando a esportare fino a 600mila tonnellate.

Inoltre, Lannes spiega che la quasi assenza di regole fa sì che il prezzo del grano da importazione sia così basso da rendere quasi non conveniente la coltivazione in Italia. Ciò comporta il rischio che molti terreni coltivati con qualità di grano ad alta qualità vengano abbandonati.




Anche perché i maggiori costi di mano d’opera e di tassazione, rendono i produttori italiani meno competitivi, innescando una caduta dei prezzi, non sostenibili dai piccoli produttori. Risultato: pasta contaminata sulle nostre tavole.

Ma se così fosse, chi tutela il consumatore?


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