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Il decommissioning nucleare italiano è al 25%. Ed è costato mezzo miliardo di euro
9 maggio 2017

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Di fronte alla Commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti i nuovi vertici della Sogin – il presidente Marco Enrico Ricotti e l’ad Luca Desiata – hanno riferito sullo stato dell’arte del decommissioning nucleare, ovvero del “mantenimento in sicurezza e dello smantellamento dei siti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi” di cui la società pubblica Sogin è responsabile.
 
Al 31 dicembre 2016, come riporta online il presidente stesso della Commissione bicamerale – il deputato Alessandro Bratti – il decommissioning delle ex centrali nucleari era completato per un quarto (ovvero al 25%), a fronte di costi pari a oltre mezzo miliardo di euro (588 milioni).
 
Una volta arrivati alla conclusione del piano di smantellamento, prevista da Sogin per il 2035, in tutto i miliardi di euro spesi per le operazioni di decommissioning arriveranno a 6,5 miliardi di euro. Per quanto riguarda le tempistiche la relazione dei vertici Sogin in Parlamento evidenzia però come sia in corso una attività di peer review del Piano temporale generale, i cui primi risultati potrebbero essere trasmessi tra luglio e agosto.
 
Sullo sfondo aleggia il gigantesco punto interrogativo del deposito unico per i rifiuti nucleari italiani, per il quale dopo anni di dibattiti neanche è stato individuato il luogo adatto ad ospitarlo. Due anni fa l’attuale governo sembrava sul procinto di operare la svolta decisiva, poi rimandata a data da destinarsi: «I cittadini italiani – scriveva allora Francesco Ferrante di Green Italia – da mesi vedono passare in televisione spot e leggono intere paginate pubblicitarie sui giornali di una affascinante quanto sostanzialmente inutile campagna pubblicitaria da 3,2 milioni di euro, che ‘promuove’ il futuro deposito nazionale di rifiuti radioattivi, ma senza dire dove saranno destinate le scorie».
 
Nel frattempo i rifiuti nucleari continuano a cumularsi: in una relazione risalente ormai all’anno scorso, l’ex presidente Sogin Giuseppe Zollino ricordava la presenza di rifiuti radioattivi nei depositi temporanei misurabile in decine di migliaia di metri cubi, un ammontare che ogni anno si accresce di nuovi 500 m3 circa prodotti da varie attività. «Dobbiamo gestire una quantità importante di rifiuti a bassa e media attività nella maniera che prevede la normativa europea. Per questo – sottolineava già allora Bratti – abbiamo la necessità di costruire un deposito unico in Italia».
 
Nel frattempo però non è cambiato nulla. Non solo non sono stati divulgati i 100 siti che potenzialmente potrebbero ospitare il deposito unico, ma neanche è stato dato avvio all’Isin,  l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione. Per Sogin – è emerso dalla relazione dei vertici aziendali – è fondamentale che la nuova Isin, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, entri in funzione. Il Governo ha infatti nominato i vertici dell’Istituto che, tuttavia, ancora deve partire. Per Sogin la transizione da Ispra, che finora ha svolto le funzione di Isin, al nuovo istituto deve essere “la più rapida possibile” e, nel frattempo, dovrà essere “garantita la continuità attraverso l’attività operativa di Ispra, dipartimento nucleare”. Per Sogin “è anche necessario che il futuro ispettorato sia dotato di tutte le risorse operative necessarie per svolgere la propria attività di controllo e autorizzativa senza le quali non sarà possibile far progredire in modo adeguato le attività di decommissioning.
 

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